lunedì 30 luglio 2007

Parte 2 - Incontro al Parco

(Writer: Seth)

La ragazza percorreva la strada del centro con lunghe falcate sicure fasciata nell'abito aderente e indifferente alle teste che si giravano e ai fischi di apprezzamento dei coatti. I capelli a caschetto le incorniciavano il volto risplendendo di cento tonalità dal biondo al rosso irlandese alla luce del sole, i grossi occhiali incorniciati di piccoli cristalli Swarovski scintillavano come specchietti per allodole; insomma tutto in lei era studiato per lasciare il ricordo del suo abbigliamento prima di quello dei suoi lineamenti.
Le labbra erano ingrossate dalla matita, il naso sfinato da due tonalità di phard, la pelle schiarita dal fondotinta, e anche se non aveva intenzione di togliere gli occhiali per sicurezza aveva messo le lenti a contatto verdi. A completare l’opera un trench rosso e un cappello a falda larga che ne riprendeva il colore e nascondeva le poche parti ancora visibili del suo volto alle telecamere del traffico e delle banche.

Andò a sedere al parco, nel posto prefissato ed estrasse da una tasca interna un libro tascabile: “The Mammoth Book of Werewolves” a cura di Stephen Jones in lingua originale.
Mentre fingeva di leggere passò segretamente in rassegna il suo piccolo arsenale. Si assicurò che il meccanismo di sblocco del phantom medallion che portava al collo funzionasse a dovere e che i brillanti che aveva applicato sul manico fossero al loro posto. Adorava quel coltello: discreto e bello quanto letale. “Appropriato” pensò. Fece scivolare la mano nella tasca frontale destra del trench e controllò l’accendino. Passò con le dita sul profilo dello Zippo, lungo i brillanti che aveva attaccato anche qui, si assicurò che la sicura fosse al suo posto e che il meccanismo per lo sblocco del percussore funzionasse a dovere. Resistette alla tentazione di aprirlo per controllare che il proiettile calibro .22 fosse al suo posto all’interno e invece lo estrasse dalla tasca insieme al porta sigarette e si accese una sigaretta. Non fumava, ovviamente, ma le serviva una scusa per portarsi appresso l’accendino. Rimise il porta sigarette e l’accendino in tasca e fece passare una mano tra i capelli assicurandosi che la forcina fosse al suo posto. Proprio mentre stava controllando i grimaldelli nascosti sotto il bavero del trench un ragazzo all’inizio dei suoi trent’anni si sedette accanto a lei e disse “strana lettura per una bella ragazza come te”.

La stava squadrando da capo a piedi, cercando di non farsi notare. Lesse l’eccitazione nei suoi occhi e nel suo ridicolo sorrisetto. La posizione del suo corpo indicava apertura e attrazione sessuale. Non che servisse un esperto di body language per capirlo. Decise di ignorarlo e di continuare a fingere di leggere.
“Ho detto strana-“
“Non sono sorda. Ti sto ignorando.” Il ragazzo sussultò. Cercò di dissimulare il colpo subito facendo una smorfia divertita, ma il suo corpo non mentiva. Aveva accusato, e ora la sua posizione era diventata di difesa, ma a quanto pare non bastava per farlo demordere. Sorrise di nuovo e questa volta il suo sorriso era, se possibile, ancora più patetico.
“E dai che bisogno c’è di essere così acida? Voglio solo fare due chiacchere.”
Silenzio.
“Le conosco quelle come te, sai? Fingi di essere una stronza per scacciare i maschietti che ti ronzano intorno, ma in realtà sotto sotto sei una dolce e sensibile. Nessuno è così stronzo!”
Le scappò da ridere. “Le conosco quelle come te”, come no. Donne avvenenti armate fino ai denti capaci di uccidere tutti i passeggeri di un aereo e una manciata di poveri disgraziati che se lo sarebbero visto cadere in testa solo per arrivare a uno di loro. Assassine spietate mascherate da ragazze qualunque. La metafora di Superman di Bill, “Clark Kent e' il modo in cui Superman ci vede”. Le piaceva quella citazione, la sentiva vicina al suo pensiero. “Questo è solo il modo in cui io vi vedo, la mia critica all’umanità, alla società come la conoscete, un lurido ammasso di ormoni e volgarità e oggetti brillanti e valori decadenti” pensò, ma anche se glielo avesse detto dubitava che avrebbe capito. Avrebbe pensato che stesse giocando a fare la difficile, che se la tirava. E allora gli rispose semplicemente “Ne rimarresti sorpreso”. Tornò a osservare i dintorni fingendo di leggere mentre il ragazzo faceva il broncio e se ne andava.
“Allora ciao…” patetico. Non lo degnò nemmeno di uno sguardo mentre se ne andava.

Continuò ad aspettare il suo contatto, ma non si fece vedere per tutta la mattinata. Scocciata per la lunga ed inutile attesa si alzò e tornò verso la stazione per prendere un taxi. Infilò il libro nella tasca interna e ficcò le mani nelle tasche del trench, rabbiosa, giocando con l’accendino immaginando di piantare il proiettile che nascondeva dentro un occhio al suo dannato contatto fantasma. Poi notò qualcosa che non andava, un corpo estraneo nella sua tasca sinistra. Un foglio. Si congelò per un istante, ma poi forzò il suo corpo a proseguire. Un passante che avesse assistito alla scena avrebbe pensato a una contrazione muscolare, niente di più. Deviò dirigendosi verso i bagni pubblici, pagò l’ingresso, si rinchiuse in un cubicolo e lesse il biglietto.

“41.90 12.48 20070910 2320:00
P.S. Chi legge gira le pagine”

Non potè evitare di sorridere. Fregata in pieno, non succedeva spesso. E se da una parte la cosa la divertiva, dall’altra sapeva che ora doveva fare più attenzione, essere più vigile, concentrarsi di più. L’appuntamento era per il giorno successivo, mandò le coordinate a memoria e, dopo essersi assicurata di essere sola, bruciò il biglietto e tirò lo sciacquone.

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